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Relazione di Laura Supino  in data 11.3.2008 

Nel ’43 la nostra famiglia, come tutte le altre famiglie di ebrei italiani, viveva da anni le difficili condizioni cui ci avevano sottoposto le leggi razziali. Non solo la perdita della posizione di mio padre, fino al ’38 ufficiale dell’Esercito Italiano con una carriera molto brillante, e poi semplicemente un ebreo senza lavoro, ma le tante umiliazioni quotidiane dovute alla nostra condizione di perseguitati. Molti degli amici di famiglia si erano allontanati da noi, e nello stesso quartiere dove si abitava qualcuno preferiva non ricordare che eravamo conoscenti e non salutarci quando ci si incontrava, mentre altri si permettevano anche di ingiuriarci – ma a questo ci si poteva anche abituare.

La famiglia Trella, invece, che conoscevamo da anni perché si abitava nella stessa strada privata anche se in stabili diversi e perché noi ragazzi eravamo amici con i loro tre figli, più o meno della stessa età di noi tre fratelli Supino ( 13, 10 e 8 anni), ha continuato ad avere rapporti amichevoli con noi, così come ai nostri giochi hanno continuato a partecipare per un certo tempo anche gli altri bambini che abitavano nei caseggiati vicini anche se noi andavano in scuole diverse, dato che noi bambini ebrei dovevamo andare in scuole separate. E non mancavano atteggiamenti ostili e umiliazioni da parte di qualche adulto più politicamente coinvolto…

Poi sono arrivati i giorni “assurdi” dell’armistizio – assurdi perché qualcuno aveva gioito per la fine della guerra, ma subito si era capito che era invece l’inizio di un periodo ancora più tragico, per tutti gli italiani che finivano sotto l’occupazione nazista, e ancora più tragico per gli ebrei.

Dapprima per gli ebrei romani la richiesta dell’oro da parte del comando tedesco – e ricordo mia madre che cercava nel cassettone gli oggetti da portare e il dolore per doversi separare da ricordi di famiglia, e la speranza o l’illusione che servisse a qualcosa – poi notizie sempre più tristi quali la depredazione della biblioteca della Comunità e dei suoi documenti più antichi, fino ad arrivare al 16 ottobre, giorno della prima retata degli ebrei a Roma.

Era mattina presto: nostro padre ha capito che stava succedendo “qualcosa”, questa definizione può sembrare strana, ma a noi ragazzi in quel momento è stato solo detto che dovevamo preparaci in fretta per uscire, lasciare la casa prima possibile, vestirci “pesanti” (era nuvolo ma non faceva freddo) e camminare con calma senza avere l’apparenza di “fuggitivi”.

Siamo usciti in fretta, mio padre aveva già deciso che saremmo andati a casa della nonna, che abitava non lontano (e si pensava che essendo una donna molto anziana i tedeschi non sarebbero andati a cercarla). Arrivati li, ricordo che dopo poco, la mattina stessa, ci siamo trasferiti all’ultimo piano dello stesso caseggiato, uno per volta, controllando che per le scale non ci fosse nessuno che potesse vederci, nell’appartamento di una amica della nonna, la signora Vercelloni, una donna molto attiva nel campo politico, era antifascista e pronta ad accoglierci almeno in modo provvisorio. Siamo rimasti alcuni giorni, due o tre in quella casa, ma era pericoloso dato il fatto che la signora era conosciuta dai fascisti per la sua attività politica, ed anche per il tipo di vicini. Nel frattempo nostro padre cercava disperatamente, ma ovviamente con cautela, qualche altra sistemazione, ed è arrivata, attraverso il portiere della nostra casa, che era molto affezionato a noi e a cui papà aveva lasciato l’indicazione di dove saremmo andati come primo passo, l’offerta di ospitalità per noi ragazzi da parte della famiglia Trella. Per mio padre è stato certamente un grande sollievo sapere di poter contare sulla sincerità di questa possibilità. 

E’ strano che mentre ricordo tanti particolari di quei momenti, alcuni mi sfuggono, non ricordo esattamente in che giorno siamo andati in casa Trella, ricordo che era sera quando abbiamo fatto quel breve tragitto per ritornare nella strada dove si abitava normalmente, ma non nella nostra casa. Ricordo che siamo stati accolti con grande affetto dai Trella, si dormiva insieme ai ragazzi della famiglia in una grande camera affollata, si mangiava tutti insieme (e anche questo deve essere stato un gran problema, si era in guerra e c’erano le razioni), abbiamo passato delle giornate “nascosti”-non potevamo certamente uscire – ma in compagnia,- a parte la tristezza di non vedere i nostri genitori e non sapere nemmeno quello che stava succedendo, sperando che tutto si risolvesse rapidamente.

Siamo rimasti in casa Trella un certo periodo, ancora qualcosa che non ricordo con precisione, quanto tempo, circa una settimana, e poi da una parte la situazione era diventata troppo pericolosa per tutti, per noi che eravamo stati accolti e per i Trella che ci ospitavano, perché altri inquilini avevano capito che eravamo lì – sappiamo in ogni caso che i Trella avevano assicurato i nostri genitori che ci avrebbero ospitato per tutto il tempo  necessario senza limiti o condizioni, ma con grande disponibilità, generosità e grande apertura di cuore – d’altra parte nostro padre nel frattempo era riuscito a trovare il modo di farci accogliere in collegi religiosi, io e mia sorella da una parte , nostro fratello, da solo, in un altra.

I Trella in ogni caso ci hanno tenuto tutto il tempo necessario, ripeto con grande coraggio e correndo  grandi rischi per tutta la loro famiglia, fino a quando nostro padre non ha potuto trovare una soluzione diversa.

La nostra famiglia ha sempre avuto un ricordo emozionante di quanto i Trella hanno fatto per noi, e all’amicizia si è aggiunta una grande riconoscenza che non sarà mai giustamente proporzionata al comportamento coraggioso e consapevole dei Trella. 

Sia Amalia e Serafino Trella che i nostri genitori sono ormai morti. Sono passati 65 anni. Negli anni passati la famiglia Trella, nel 50° anniversario della deportazione, ha avuto un riconoscimento dalla Comunità Ebraica di Roma, su nostra indicazione, per averci salvato dalla deportazione. 

Ora io e mia sorella Silvia vorremmo offrire alla famiglia Trella, alla memoria di Serafino e Amalia Trella, un ulteriore riconoscimento del loro altruismo e della loro coraggiosa disponibilità  nell’offrirci ospitalità, pur sapendo che questo poteva mettere in pericolo la loro stessa famiglia, e per questo chiediamo che Serafino ed Amalia Trella siano nominati “Giusti di Israele”.

 

                                                                        Laura Supino

 

La nostra famiglia era composta da 

Paolo ed Emma Esdra Supino – genitori

Laura , Giulio e Silvia Supino – figli