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Il 18  febbraio 2020, io, la mia compagna di classe Taieba  e altre due ragazze della 3A, Angelica  e Sara, accompagnate dalle professoresse Elena Pietrosanti e Giulia Pettinari, siamo andate a casa della signora Paola Modigliani per ascoltare la sua esperienza  di sopravvissuta dell’olocausto.

Quel giorno io e le mie tre compagne, insieme alle prof, siamo uscite da scuola intorno alle 8 e 30 e ci siamo incamminate per andare in centro a casa della signora. Siamo andate alla Stazione Tiburtina per prendere i mezzi pubblici: ci abbiamo messo un po’ ad arrivare a destinazione: agli autobus quel giorno piaceva farsi attendere!

 La casa della signora Modigliani era bellissima, ragione per la quale Sara e Angelica si complimentavano moltissimo con lei e continuamente si guardavano intorno stupefatte.

Dopo una breve presentazione la signora ha iniziato a  raccontarci un pochino di quando era piccola e di ciò che era successo. Taieba prendeva appunti, Sara e Angelica spesso ponevano domande, mentre io, che non sono molto loquace, ero più intenta ad ascoltare in silenzio.

La signora, che all’epoca dei fatti era molto piccola, ci diceva che la maggior parte delle cose che sapeva le erano state dette dal fratello Enrico, che al tempo aveva circa 6 anni, e dai genitori.

La prima cosa che ci ha detto è stata che il 16 ottobre la sua famiglia non si trovava a Roma, per fortuna, ma a Velletri e che lì, un’amica dei genitori, incinta, era corsa da loro per avvertirli del pericolo che correvano. Aveva dovuto percorrere tanta strada a piedi ed era incinta. Ha anche proposto ai suoi genitori di trasferirsi a casa sua con i bambini perché lì dove si trovavano tutti li conoscevano e potevano denunciarli. La madre della signora non voleva andare per timore di essere di disturbo, perché appunto aveva due bambini piccoli, ma l’amica ha insistito tantissimo e li ha convinti. Così sono andati e sono stati lì per un po’ di tempo. Poi sono tornati a Roma ed hanno cambiato luogo di residenza varie volte.

 Due parti del suo racconto mi hanno particolarmente stupita, no anzi, tre, ora che ci penso.

La prima è questa: la signora ci ha raccontato di quando, in seguito ai vari trasferimenti della sua famiglia sotto falso nome, aveva trovato molta solidarietà e protezione tra i vicini di casa. La sua famiglia, poiché ebrea, correva il rischio di essere arrestata e frequentemente erano proprio i vicini di casa, spesso semplici sconosciuti, ad avvisare Paola e la sua famiglia di possibili retate o di possibili denunce e tradimenti da parte di altri. 

La cosa che mi ha stupita è la frase che lei ha pronunciato nel raccontarci queste continue fughe:

“Siamo stati salvati da persone che nemmeno conoscevamo,  quindi, anche dopo tutti questi anni, non abbiamo mai potuto ringraziarle e questa cosa è sempre rimasta con me.”

La seconda cosa che mi ha colpito è il sentimento che la signora Paola ha provato tanti anni dopo la fine della guerra. Ci ha raccontato di quando lei andò ad Auschwitz e appena si avvicinò al campo di concentramento si sentì addosso “6  milioni di vite” e si sentì quasi in colpa per essere sopravvissuta.

La terza è un po’ lunga, ma  vale la pena raccontarla.

Oltre al racconto  della sua storia e di quella della sua famiglia, la signora Modigliani ci ha narrato anche quella della famiglia del marito, Claudio Fano, anche loro ebrei. Quando iniziarono a prendere gli ebrei e ad arrestarli, il marito della signora che al tempo era un bambino, insieme alla sorella, alla madre e al padre provarono a rivolgersi ad un convento. Una volta arrivati, però  fu detto loro che potevano essere accolti solo donne e bambini e che il padre doveva trovare un altro posto dove rifugiarsi. Riuscì a trovarlo, e per mesi si nascose in vari appartamenti, continuamente cambiati per evitare di essere riconosciuto. Non poteva però uscire né vedere nessuno e la noia e la solitudine si  fecero sentire. Al tempo uno dei pochi metodi per intrattenersi era la radio, dunque lui decise di farsi portare quella che aveva a casa. Lo chiese ad un suo amico non ebreo che aveva un ragazzo che lo aiutava nel negozio. la radio fu consegnata da questo ragazzino, che avrà avuto all’incirca 15 anni, che però fu denunciato dai vicini di casa dei Modigliani che lo avevano visto prendere la radio e portarla  via. Il ragazzo fu interrogato, gli fu chiesto a chi e dove avesse portato la radio, fu minacciato dai nazisti che gli intimarono di confessare e  confessò: così Giorgio Fano fu arrestato e fu uno dei 76 ebrei uccisi durante l’eccidio delle Fosse Ardeatine.

Io sono rimasta molto colpita dalle parole di Paola Modigliani: i famigliari del marito non hanno mai serbato rancore verso il ragazzino che ha fatto la spia, anzi, hanno mostrato molta empatia verso di lui e non gli hanno mai dato nessuna colpa.

Daniela Cimpoeru (3C)