Seleziona una pagina

Martedì 3 marzo 2020, Gianni Polgar, un ebreo che ha vissuto nel periodo delle leggi razziali, è venuto nella nostra scuola per raccontarci la sua esperienza.

Iniziando questo incontro, il signor  Polgar ci ha posto subito una domanda: “Cosa sono per voi gli ebrei?”. Noi abbiamo risposto che gli ebrei sono persone come le altre che furono accusate ingiustamente per stupide teorie.

Dopo averci rivolto questa domanda, ha iniziato il suo racconto.

Come prima cosa ci ha parlato della sua vita: lui abitava a Fiume, una città che oggi appartiene alla Croazia, ma che allora era italiana, dove il papà svolgeva la professione di avvocato mentre la mamma era casalinga. La sua famiglia era di origine ungherese e per questo tra di loro parlavano tedesco.

Tutto cambiò, purtroppo, nel 1938 con la promulgazione delle Leggi razziali da parte del regime fascista, a causa delle quali il padre perse il lavoro (alcune professioni erano infatti vietate agli ebrei). Ne trovò un altro a Roma, dove si trasferì  alla fine del 1938 e la famiglia lo raggiunse nella primavera del 1939, quando Gianni aveva 3 anni. 

Arrivò a Roma ma non sapeva neanche una parola d’italiano. Nel suo quartiere, però, vivevano altri ragazzini con i quali giocava  che lo aiutarono: imparò prima il romanesco per strada con i suoi coetanei e poi l’italiano a scuola. 

La sua vita proseguiva piano piano con tutte le difficoltà: era scoppiata la guerra e per gli ebrei la condizione era ancora peggiore. 

Polgar era molto triste quando vedeva tutti i suoi amici con la divisa dei figli della lupa e lui non poteva averla né partecipare agli incontri, perché era ebreo. Anche a scuola si sentiva diverso: non poteva stare in classe con tutti i suoi amici, ma doveva frequentare una scuola, la scuola Enrico Pestalozzi, dove  era stata organizzata una sezione speciale per gli ebrei. Il pomeriggio si facevano delle lezioni soltanto per ebrei che addirittura entravano da un ingresso diverso e non dovevano avere  contatti con i non ebrei. 

Durante le persecuzioni naziste, Gianni era piccolo ma ricorda ancora l’odio dei nazisti verso gli ebrei e l’indifferenza della maggior parte delle persone anche se a quei tempi, essendo ancora bambino, non riusciva a capire il motivo di tutta quella violenza. 

Dopo che a Roma, nel settembre 1943, i tedeschi avevano minacciato la comunità ebrea di fare un rastrellamento dei capifamiglia se non  avessero consegnato loro 50 kg d’oro, i Polgar avevano capito che non erano al sicuro e per questo avevano nascosto loro e i loro figli. 

Per sfuggire ai tedeschi fu ospite, inizialmente,  presso amici di famiglia, i quali gli dissero che non si doveva affacciare alla finestra, altrimenti i nazisti lo avrebbero riconosciuto e deportato.  Ingenuamente si affacciò poiché non riusciva a comprendere la gravità di quell’azione molto semplice. Per fortuna nessuno lo vide.

Poco dopo la famiglia di riunì in un altro appartamento, ma per poco, poiché i genitori mandarono i loro figli, lui e il fratello Tommy,  in un collegio cattolico a piazza di Spagna. 

La sua vita al collegio non fu bellissima: il cibo della mensa non era molto buono e i bambini potevano svagarsi solamente durante la ricreazione, il resto del tempo non si poteva neanche parlare.

Per sfuggire ai tedeschi sia lui che suo fratello dovettero cambiare nome, il suo falso nome era Franco Derenzini. Gianni faceva molta fatica a chiamare suo fratello Tommy con un nome diverso, non riusciva a comprendere il motivo per cui non si poteva più chiamare Gianni e non poteva più recitare le sue preghiere. Doveva inoltre far finta di essere orfano e dire che i suoi genitori erano morti durante un bombardamento. La mamma, quando lo andava a trovare, ogni fine settimana, fingeva di essere la zia Anna. Per lui era molto difficile non dimostrare le emozioni che provava ogni volta che la vedeva e non poterla chiamare mamma. Per non destare sospetti dovette fare anche la prima comunione e la cresima insieme ad altri bambini ebrei.

Quando Roma fu liberata dai tedeschi nazisti, nel 1944, i genitori  andarono a prenderlo all’istituto. Finalmente si riappropriò del suo nome e riprese a professare la sua religione. 

Il resto della famiglia, rimasto a Fiume, purtroppo venne deportato ad Auschwitz.

Gianni Polgar da trentadue anni racconta la sua storia nelle scuole italiane. Ha anche  affermato  che non si è mai voluto recare ad Auschwitz perché non sa che reazione potrebbe avere.

Una volta diventato adulto, Polgar ha chiesto che fossero riconosciuti Giusti tra le Nazioni coloro che avevano  salvato lui e i suoi famigliari, in particolare il Direttore del Collegio San Giuseppe De Merode, e che  il collegio stesso  che nascose lui e altri ebrei,  fosse nominato “Casa di vita”.