Seleziona una pagina

Il giorno 12 febbraio 2020 abbiamo avuto il piacere di essere ospitati dalla signora Laura Supino nella sua abitazione e di poterle fare alcune ulteriori domande sorte in noi dopo l’incontro svoltosi a scuola il 3 dicembre 2019.

Come già aveva raccontato, all’età di 8 anni la signora Supino è venuta a conoscenza del fatto che il governo italiano aveva emanato le leggi razziali: era il 1938. Era ancora una bambina e non si rendeva conto di ciò che significava: l’unica cosa strana era che vedeva suo padre a casa senza la divisa. Più tardi capì che era stato espulso dall’esercito. Purtroppo le leggi non ebbero un effetto negativo solo sul lavoro ma anche in altri ambiti della loro vita. Laura infatti non poté più frequentare la scuola in cui era iscritta fino a qualche mese prima e questo ebbe un forte impatto nella sua vita: non poté ritirare, ad esempio, un premio che le spettava, non poté più frequentare la scuola insieme ai suoi compagni e tutti i suoi amici la evitavano perché ebrea. Man mano che passava il tempo aumentavano le restrizioni: ad esempio erano gli ultimi nella fila per prendere il pane; non potevano entrare in certi negozi, a scuola frequentavano turni diversi, separati dagli altri bambini ed inoltre venivano derisi continuamente anche per strada. 

Ma la signora Supino ci ha voluto raccontare e rendere partecipi anche di un episodio avventuroso vissuto con il suo papà: nel 1940 le autorità confiscarono loro  la radio poiché gli ebrei non avevano il diritto di ascoltare ciò che accadeva al di fuori delle quattro mura di casa. Suo padre aveva da poco acquistato una radio nuova con la quale ascoltava sempre Radio Londra, un’emittente che raccontava come andava davvero la guerra e non era sotto il controllo tedesco. Quando gliela portarono via il papà decise di costruirsene una illegalmente e si fece aiutare dalla sua figlia maggiore, la costruirono insieme.  Il papà mandò Laura a prendere i materiali necessari in un negozio del centro che sul retro aveva un cassone con tutti i materiali da gettare via. Raccontando una bugia, Laura riuscì a convincere i dipendenti che con quel materiale doveva costruire una bambola autarchica : ogni giorno costruiva  con poco fil di ferro un pezzettino della sua bambola, che purtroppo è andata perduta, mostrandola al commerciante come prova e, di nascosto, con il fil di ferro rimasto, ricostruiva con il padre la nuova radio, che ci ha poi mostrato.

La storia della famiglia Supino, privata dei suoi diritti, è però, circondata anche di tanta umanità.

 il giorno del rastrellamento di Roma, il papà venne avvisato dal portiere dello stabile dove abitava che i tedeschi stavano prelevando gli ebrei dalle loro case senza nessun preavviso e che un camion era parcheggiato poco distante dalla loro casa. I genitori di Laura uscirono in fretta da casa con i loro bambini e furono ospitati prima da un’amica della nonna, poi in una soffitta, successivamente da alcuni amici e infine in diversi conventi. In particolare la famiglia Trella si offrì spontaneamente di ospitare i bambini fino a quando il papà non avesse trovato una sistemazione adeguata senza ricevere nulla in cambio. Fu una decisione rischiosa che però ha permesso di salvare tre vite innocenti. 

Dopo essere stata per qualche settimana a casa dei Trella, Laura, insieme a sua sorella Silvia, fu accolta in un convento. L’unico problema era che lì erano tutti cattolici e Laura non sapeva assolutamente nulla della loro religione. In fretta imparò le preghiere e molte cose che riguardavano quella diversa religione, per non essere riconosciuta ed arrestata.  Siccome nel periodo in cui giunsero nel collegio  si stava preparando una recita per festeggiare il Natale, anche loro parteciparono: la sorella più piccola interpretò un angioletto, lei aiutò a sistemare le scene. 

I suoi genitori, nascosti in un altro convento, venivano a trovarle ogni tanto, a turno, mai insieme.  

Lei e sua sorella rimasero in quel convento fino al giugno del 1944.

Quando arrivarono gli americani a Roma e i tedeschi furono cacciati, lei e tutte le ragazze che vivevano e studiavano nel collegio annesso al convento, si recarono  vicino Villa Borghese per festeggiare la  liberazione della città e dell’Italia.  Vicino a lei soldati americani festeggiavano e brindavano insieme a quelli italiani: era il segno che quell’orribile periodo era finito.

Testo a cura di Sara Zacchia (3A).